Epifani quasi quasi resta

Il Partito democratico si arrovella se partecipare o no allo sciopero generale indetto dalla Cgil, mentre il capo della Cgil sta a sua volta rimuginando: andare o no a Strasburgo con il Pd? Gli accordi riservati per un seggio europeo tra il segretario del Partito democratico, Walter Veltroni, e il segretario generale della confederazione, Guglielmo Epifani, risalgono al maggio scorso.
27 NOV 08
Ultimo aggiornamento: 09:42 | 19 AGO 20
Immagine di Epifani quasi quasi resta
Buone ragioni per un eventuale ripensamento ce ne sono molte. Per esempio: se davvero la crisi espellerà dal lavoro “valanghe’” di lavoratori (allarme lanciato dallo stesso Epifani), sarebbe poco dignitoso per un leader sindacale scansare la gestione delle tensioni sociali che ne deriveranno e fare le valigie. Inoltre, proprio la crisi ha spazzato via dalla scena alcuni problemi di difficile soluzione per la Cgil, come la detassazione degli straordinari e la riforma della contrattazione, allontanando così anche lo spettro di un accordo separato.
Assume invece un nuovo significato lo sciopero generale del 12 dicembre, proclamato con la contrarietà di Cisl e Uil e tra le perplessità del Partito democratico e di una parte della stessa Cgil, che oggi riscuote invece l’approvazione di tutta la confederazione. A suggerire un rinvio del cambio della guardia c’è infine il nodo della successione: il delfino designato, Susanna Camusso, non sembra ancora godere del consenso necessario, tanto che altri possibili candidati – secondo fonti bene informate – si preparano a bordo campo (da Agostino Megale, presidente dell’Ires, l’Istituto di ricerche economiche e sociali che fa parte della confederazione, a Fulvio Fammoni, segretario confederale responsabile delle politiche attive del lavoro). Una forzatura dei tempi rischierebbe di dividere la Cgil. Secondo molti osservatori, però, il vero motivo del ripensamento di Epifani va ricercato nella data del 30 ottobre 2008: giorno della grande manifestazione romana sulla scuola, ma soprattutto giorno in cui il segretario e la Piazza si sono, per la prima volta, innamorati l’uno dell’altra.
A differenza di Cofferati, Epifani le piazze non le ha mai particolarmente amate, né le piazze sono mai impazzite per lui: un riformista moderato, educato, che ignora i toni da tribuno e difficilmente tiene comizi più lunghi di dieci minuti. Dal 30 ottobre però è cambiato tutto. Le centinaia di migliaia di persone convenute a Roma (folla eterogenea: non metalmeccanici, ma docenti universitari, maestre d’asilo, bidelli, famiglie intere e molti, moltissimi studenti medi) per protestare contro il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gemini, hanno intravisto nel segretario della Cgil un nuovo possibile leader e glielo hanno dimostrato: incessanti richieste di autografi, applausi, acclamazioni. Epifani, dall’alto del palco, si è quindi probabilmente chiesto: ma davvero vale la pena lasciare proprio quando il gioco si fa duro, quando si prepara la primavera più bollente degli ultimi decenni, quando la Cgil potrebbe diventare il ponte di comando dell’opposizione e quando, infine, il Pd dovrà affrontare i suoi problemi di leadership? Morettianamente, dunque, il dilemma è riassumibile così: mi si nota di più se vado a Strasburgo o se resto e punto a diventare il signore della piazza? Ma è un interrogativo puramente retorico e, infatti, la risposta Epifani già la sa.